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Il “Gran” Pontano pensatore dell’ordine politico

[Gennaio 2005]

Quando nel 1458 muore Alfonso il Magnanimo, primo re aragonese di Napoli, il successore, il figlio Ferrante, deve combattere una durissima guerra di successione, che si concluderà con la sua vittoria soltanto nel 1464. Ha contro il papa e gli Angioini, pretendenti al trono di Napoli, ma il problema politicamente e storicamente più grave è nel ceto dei baroni, i nobili del Regno. Uomini valorosi in guerra e abili politicamente, ma guidati più dagli interessi personali e familiari che dall’idea del bene comune del Regno, gelosi delle loro autonomie, rissosi, pronti al conflitto, capaci di cambiare campo più volte nella loro vita. Non sono tutti così (è ovvio) ma molti fra di loro lo sono, cosicché questa è da sempre la debolezza prima e principale del Regno.
Testimone attento di questa guerra è un giovane proveniente dall’Umbria, che a Napoli sta percorrendo una luminosa carriera, fino a diventare primo ministro di Ferrante nel 1485. È Giovanni Pontano, nato nel 1429 a Cerreto di Spoleto in Valnerina, che giovanissimo ha avuto l’ardire di presentarsi ad Alfonso il Magnanimo, che guerreggiava in Toscana, chiedendo di essere preso al suo servizio. Alfonso, ottimo conoscitore di uomini, aveva capito il valore di questo giovane provinciale e lo aveva portato a Napoli. Uomo versatile e poliedrico, alla carriera politica e diplomatica Pontano affianca un grande talento poetico (per molti è il più grande poeta latino dopo l’antichità) e una intensa attività di scrittore di dialoghi satirici e di opere di storia, etica e politica. Verso la fine della sua vita la sua fama è tale che è universalmente chiamato « il gran Pontano ». Morirà a Napoli nel 1503 1 .
Pontano inizia la sua riflessione politica scrivendo il De principe, trattatello epistolare indirizzato ad Alfonso, duca di Calabria ed erede al trono, del quale era precettore 2 . Vi descrive con intelligenza e acutezza il sovrano ideale, ricco di virtù non soltanto morali ma politiche, accorto, attento al benessere dei sudditi, alla giustizia, ma anche agli interessi degli uomini e del Regno. Ora, negli anni difficili della guerra di successione e in quelli immediatamente posteriori fino al 1470, scrive il De obedientia, trattato dedicato all’analisi e allo studio della virtù dell’obbedienza, che Pontano considera importantissima a tutti i livelli, tanto nel privato quanto nel pubblico, dalla famiglia fino al Regno 3 .
Attenzione! Per Giovanni Pontano qui il problema non è soltanto morale ed etico; anzi questo è l’aspetto che in questo contesto meno lo interessa. Ciò che gli importa è la funzione sociale e politica dell’obbedienza; il suo problema è individuare un fondamento alla società, a quella società meridionale lacerata dagli interessi e dalle intemperanze dei baroni, che rendono impossibile la convivenza ordinata degli uomini. La forza da sola non basta; l’astuzia neppure; gli interessi non gli sembrano sufficienti: occorre qualcosa di più, un legame fra gli uomini, che abbia in sé sia la forza sia la virtù. Questo legame per Giovanni Pontano è appunto l’obbedienza. ma quale obbedienza? Tutto il suo trattato è un lungo e attento ragionare su questo punto.
Tutta la convivenza umana, scrive Giovanni Pontano, è radicata nell’obbedienza. La prima obbedienza è interna all’animo dell’uomo e consiste nell’obbedienza delle passioni alla ragione, senza la quale i moti dell’animo vagherebbero incontrollati portando l’uomo stesso alla rovina. Ma l’obbedienza non è soltanto un mero riconoscimento intellettuale o morale delle norme della ragione. Se così fosse, l’obbedienza potrebbe anche restare inoperante sul piano concreto, quasi compiacimento interno dell’uomo contemplante le norme. Invece l’obbedienza è il concreto raccordo tra la ragione e la volontà dell’uomo. Non basta conoscere il bene, occorre anche volerlo fare, volerlo rendere concreto nell’agire quotidiano, quando l’applicazione del bene può esserci faticosa, fastidiosa, penosa. Qui interviene l’obbedienza, sorreggendo la nostra volontà, quando questa pretende che noi agiamo rettamente 4 .
Da questo suo primo luogo poi l’obbedienza percorre tutta la società in tutte le sue multiformi e stratificate articolazioni: dalla famiglia alla città al Regno. Gli uomini tutti sono legati in una serie di rapporti comando obbedienza, fuori dei quali nessuno può vivere. Il consorzio umano è retto dall’obbedienza, come ci mostrano e dimostrano la natura e la storia. Di obbedienza si scriveva e parlava allora, nel Quattrocento, anche nelle altre città italiane e in contesti molteplici, ma il discorso pontaniano ha qualcosa di particolare. A Firenze, per esempio, si riaffermava sempre e con forza la necessità di obbedire alle leggi; il discorso di Pontano invece guarda ai rapporti diretti tra gli uomini: ciò che conta è l’obbedienza dell’uomo all’uomo, molto più di quella dell’uomo alla legge. C’è negli scritti pontaniani una concretezza dei rapporto sociali, che altrove invece quasi si vanifica nel rapporto tra legge e uomo. I baroni non debbono obbedire a norme astratte, debbono invece obbedire al Re e a chi lo rappresenta.
Negli scritti di Pontano l’obbedienza non è mai mera passività, mero obbligo di eseguire i comandi del superiore in ossequio alla necessità terribile di far funzionare la società. L’obbedienza è raccordo tra ragione e volontà, lo abbiamo appena detto; ma non basta. All’obbedienza infatti corrisponde esattamente e simmetricamente la giustizia: se l’inferiore deve obbedienza al superiore, simmetricamente il superiore deve giustizia all’inferiore. Tutta la società è retta da questi rapporti duplici e biunivoci: obbedienza dal basso verso l’alto, giustizia dall’alto verso il basso. Cosicché possiamo ben dire che l’inferiore ha il dovere di obbedienza al superiore, ma allo stesso tempo ha il diritto ad essere guidato e governato con giustizia; e d’altro canto il superiore ha sì diritto all’obbedienza dell’inferiore, ma allo stesso tempo ha il dovere di governare e guidare con giustizia. Ad ogni dovere corrisponde un diritto e ad ogni diritto corrisponde un dovere; in ogni livello della società 5 .
Così nell’opera di Giovanni Pontano l’obbedienza perde ogni connotazione di mera passività per farsi vero legante sociale e politico insieme con la giustizia. L’obbedienza qui è partecipazione alla società e alla politica, anche perché quasi nessuno sarà tenuto esclusivamente all’obbedienza. Soltanto nel livello più basso della società esistono uomini, che debbono solo obbedire, come all’altro estremo il Re ha soltanto obblighi di giustizia non compensati da obblighi di obbedienza. Benché sia pur necessario ricordare che anche il Re deve obbedire a Dio ed anche il più umile dei servi deve fare in modo che la sua ragione comandi giustamente alle sue passioni.
Siamo dunque ben lontani da quelle caricature dell’obbedienza, intesa non più come virtù bensì come difetto e imperfezione, che circolano nel nostro mondo di oggi, nel quale si esalta la disobbedienza. Le attuali descrizioni dell’obbedienza la descrivono appunto come mera passività, come rinuncia ad avere una propria anima, un proprio volere; cosicché ogni disobbedienza è intesa e valutata come merito contro l’oppressione, che nell’obbedienza si incarnerebbe. Non a caso una frangia piuttosto consistente del movimento anarcoide e antiglobalista italiano definisce se stessa chiamandosi dei « disobbedienti ».
In tal modo peraltro anche chi oggi esalta la disobbedienza ne fa un qualcosa di misero e plebeo. Altre volte nella storia degli ultimi secoli la disobbedienza è stata esaltata come massima espressione di un uomo, che intende e vuole animosamente spezzare le regole, vuole diventare regola e legge a se stesso, assolutamente e completamente libero. È il mito dell’uomo, che tutto sfida e tutti affronta, misura unica di se stesso; il mito dell’uomo completamente autonomo. E d’altronde persino nel tardo medioevo alcune figure di dannati dell’inferno nella Divina commedia del nostro Dante Alighieri hanno una loro grandezza, infernale ma grandezza, quando con la loro pertinace disobbedienza sembrano quasi sfidare o persino apertamente e orgogliosamente sfidano lo stesso Iddio, che li ha condannati. Ma di questa grandezza nulla resta nella disobbedienza contemporanea, espressione misera e minuta di un desiderio di fare ciò che piace, di vivere come si vuole non nella grandezza di una sfida impossibile, bensì nella pochezza della quotidianità. Insomma: dalla grande sfida al proprio piccolo piacere quotidiano, al proprio piccolo comodo, al pretendere di poter compiere senza rimproveri le proprie minuscole e volgari nefandezze personali.
In questo contesto l’obbedienza è avvertita come massimo limite alla libertà personale dell’uomo; mentre la libertà si ritiene consista nel vivere come si vuole. L’uomo libero, insomma, sarebbe colui che vive in ogni istante secondo il proprio volere; volere completamente arbitrario e non soggetto a regola alcuna. Non più un ergersi fortemente e tragicamente contro le regole, infrangendole sapendo di infrangerle, bensì la pretesa di non avere regole nella vita quotidiana e di seguire momento per momento i propri impulsi e i propri desideri, quali che essi siano.
Al contrario, Giovanni Pontano scrive che costoro, quelli che vivono senza regola, non sono veri uomini liberi, benché forse credano di esserlo. Tutti siamo infatti d’accordo che libero è colui che segue la ragione, mentre è schiavo colui che segue i propri appetiti e le proprie passioni. Abbiamo sempre considerato schiavi i barbari, perché non hanno leggi e seguono soltanto i loro istinti e le loro passioni; ma allora, se vogliamo essere conseguenti, dobbiamo ritenere liberi coloro che, al contrario, hanno leggi e ne seguono scrupolosamente le norme. Ne consegue che sono liberi il figlio che obbedisce al padre, l’allievo che obbedisce al maestro, il soldato che obbedisce al suo comandante, il cittadino che obbedisce al governante, il suddito che obbedisce al re. Libertà e obbedienza coincidono né la prima può esistere senza la seconda. In realtà proprio chi vive in assoluta licenza, facendo sempre ciò che desidera, viola la libertà; il barbaro dalle passioni sfrenate (come e peggio ancora il disobbediente di oggi) non è libero; tutt’al più crederà erroneamente di esserlo, mentre è vero il contrario. Pertanto, anche se siamo nati liberi, anzi proprio per questo, dobbiamo obbedire e tanto più saremo liberi quanto più obbediremo 6 . Il problema della libertà si risolve, per Pontano come per altri umanisti, nel problema dell’ordine.

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Al di là di ogni dubbio per Giovanni Pontano la miglior forma di governo è quella del solo: tutto il suo discorso dimostra che il governo monarchico è il migliore. Ed in questo trova buona compagnia negli altri scrittori politici del regno di Napoli nel Quattrocento, rispetto ai quali peraltro vediamo nel De obedientia una maggior attenzione al problema della forma di governo, un più evidente intendimento di approfondire la questione, una maggiore sensibilità alle possibili obiezioni contro la monarchia e alle possibili difese delle altre forme di governo. Per gli altri trattatisti la monarchia è un dato di fatto, che non prevede alternative e non ha bisogno di sostegno teorico, ma soltanto di modelli di buon sovrano, di incitamenti alla virtù, di qualche riferimento antico; qui invece Pontano alla monarchia dà anche un più solido fondamento teorico 7 .
Guardiamo alla natura, che è la somma maestra. In natura un solo cuore governa il corpo dell’uomo; una sola ragione governa l’anima dell’uomo; un solo Dio governa l’universo. Se in natura il governo del solo è la regola, perché mai i popoli dovrebbero essere governati diversamente? Il governo del solo è così evidente nella sua naturalezza che persino i bambini nelle loro filastrocche non fanno che proclamare che « uno è Dio ed uno solo è il re » 8 .
Oltre la natura anche la ragione ci mostra che il governo del solo è l’unico ragionevole, duraturo, libero. La molteplicità delle opinioni infatti genera discordia né può essere diversamente; e ciò provoca inevitabilmente disagi e mali infiniti, che colpiscono tutti. Al contrario fioriscono quelle città, i cui governanti hanno unità di sentire e di volere. Ciò che occorre è una profonda unità di intenti, un sentimento comune, un consenso di fondo fra i governanti sugli obiettivi della vita sociale; e questa unità è più facilmente realizzabile, se il governante è già fisicamente uno ed uno solo, perché non gli è possibile trovarsi in contraddizione con se stesso. Ecco dunque che la ragione ci dice che il governo del solo è il migliore, poiché consente di superare immediatamente il problema delle discordie fra governanti 9 .
Anche la storia si pronuncia a favore dei re. Come ha scritto Cicerone, la monarchia fu la prima forma di governo; i re furono coloro che per primi trassero gli uomini fuori dalle selve per condurli a una vita civile. Inoltre quante volte nella storia abbiamo visto piccole città, governate dalla moltitudine, precipitare nel disordine delle discordie e quasi perire, mentre grandi Stati, governati dai re, hanno durato a lungo nel tempo, stabili e in pace? Giovanni Pontano scrive chiaramente di piccole città travagliate dalle discordie, mentre grandissimi regni vivono tranquilli e in pace, rafforzando così il significato storico del riferimento. Se la molteplicità dei governanti porta discordia anche dove gli uomini sono pochi, mentre moltissimi uomini vivono nella concordia quando hanno un re, ciò significa necessariamente che la forza dell’unità di governo del sovrano è grandissima, come per converso è grandissima la forza dirompente della molteplicità dei governanti. Insomma, qui si nega di fatto, anche se forse non volutamente come riferimento diretto, quanto asserito poco più di un secolo prima da Bartolo da Sassoferrato, per il quale ai grandi Stati si addice la monarchia, mentre la democrazia ben si adatta ai piccoli e l’aristocrazia ai medi. Qui invece il governo plurimo, aristocratico o democratico, non va bene neppure per le piccole città, non va bene per nessuno. Soltanto nelle monarchie l’uomo può godere contemporaneamente della vera libertà conforme ai dettami della ragione e del vero ordine della vita sociale. D’altronde, non ci si illuda: anche nelle democrazie e nelle aristocrazie esiste sempre un qualcuno, che in realtà governa personalmente anche se formalmente il governo è nelle mani del gruppo. Osservazione estremamente acuta, nella quale forse possiamo leggere un velato riferimento a situazioni italiane che il nostro ben conosceva, come quella di Firenze con Cosimo il Vecchio 10 .
In questo contesto, trattando del governo delle province del Regno, Giovanni Pontano fa delle considerazioni quanto mai interessanti 11 . I governatori, scrive nel De obedientia, devono soprattutto rispettare le leggi e osservare e far osservare sempre la giustizia. E fin qui si tratta di un precetto scontato e ovvio. Ma Pontano va ben oltre, perché avverte molto bene la necessità di calare nella realtà quotidiana i precetti di giustizia, che ci vengono offerti dalla dottrina; realtà quotidiana che per i governanti dei territori del regno, così diversi fra loro, consiste spesso nel trovare un difficile equilibrio non soltanto fra interessi contrastanti, ma anche fra ordinamenti giuridici concorrenti, che insistono sulla stessa regione. Un territorio, come quello del regno di Napoli, dove legislazione regia, baronale, municipale, diritto romano e canonico, convergono per rendere giuridicamente ancora più difficile una situazione politicamente e socialmente complessa.
La risposta al problema è chiarissima ed interessante. Nel rendere giustizia gli incaricati del governo delle province debbono avere sempre ben presenti tre indicazioni: prima di tutto debbono riferirsi alla volontà del sovrano o del supremo magistrato; in secondo luogo debbono considerare quanto è stabilito dal diritto del regno e dalla normativa particolare delle comunità; in terzo luogo debbono tenere conto del diritto comune e del diritto imperiale. In altre parole, continua Pontano rovesciando la direzione del discorso per rafforzarne il significato, le norme del Regno e le leggi cittadine dovranno prevalere sul diritto civile; la volontà del Re dovrà prevalere su tutte.
Altrettanto interessanti sono i motivi della sua presa di posizione, sia quelli esplicitamente indicati sia quelli impliciti, che possiamo ricavare dal confronto fra il testo e le condizioni del regno. La volontà del re prevale necessariamente sulla legge statuale e municipale e, a maggior ragione, sul diritto comune e imperiale. E ciò per motivi tanto spaziali quanto temporali. Noi dobbiamo infatti amministrare la giustizia, governare con giustizia; ma a chi, a quale territorio, a quale momento dobbiamo riferire le nostre valutazioni? Se siamo incaricati di governare una città, un territorio, una provincia, non potremo mai essere sicuri che la giustizia del regno e il bene comune generale coincidano con quelli che a noi localmente appaiono come la giustizia e il bene comune della comunità a noi affidata. Il sovrano al centro del regno ha invece una visione globale di tutto e di tutti; se noi siamo in grado di valutare il bene comune locale, egli è invece in grado di valutare quel bene comune più grande, quel bene « più » comune (mi si consenta l’espressione) che è il bene comune del regno. Quindi le nostre valutazioni debbono passare in seconda linea rispetto a quelle del sovrano, che meglio può valutare il quadro generale, correggendo le nostre. Inoltre la volontà del signore, sovrano o supremo magistrato che sia, ha una flessibilità, una adattabilità alle situazioni anche contingenti, che la legge non potrà mai avere. Le norme infatti sono « diritto scritto » mentre « la volontà del signore è legge parlante », precisa Pontano rendendo evidente la rigidità delle norme contro la flessibilità della volontà. Prima aveva affermato che è bene scrivere le leggi, affinché siano conosciute ed osservate; ma questo si paga in rigidità, la rigidità dello scritto contro la flessibilità e adattabilità della parola. Qui Pontano adatta e modifica leggermente, ma efficacemente, una frase quasi proverbiale, di origine antica ma ancora diffusa ai suoi tempi anche fra i giuristi: l’affermazione che « il re nel suo regno è legge animata », legge vivente, più volte ricorrente per esempio nell’opera del famoso giurista napoletano Matteo d’Afflitto, che nel De obedientia diventa appunto « la volontà del signore è legge parlante », spostando l’accento dalla funzione di legge viva del re, quindi funzione quasi soltanto interpretativa o suppletiva, all’esercizio diretto della volontà del signore, del re che può comandare e comanda.

La riaffermazione della integrità del potere reale è indubbia nel De obedientia, ma non nasce dal desiderio di avere un re tirannico, che governi arbitrariamente, bensì dalla speranza di trovare chi possa porre un freno alle intemperanze dei baroni, che troppo spesso ritengono di essere sovrani nei feudi, governandoli a propria discrezione e pretendendo di patteggiare col re ogni proprio comportamento. Se a Firenze la discordia civile, problema eterno, nasce dalla lotta delle fazioni, in Napoli la stessa discordia nasce dalla prepotenza e dal prepotere del baronato. A Firenze Coluccio Salutati, deluso ed esausto, nei primi anni del secolo aveva invocato Cesare, mentre Matteo Palmieri negli anni trenta aveva sperato, come altri, in Cosimo il Vecchio; a Napoli, dove esiste una antica tradizione monarchica e di grande Stato, dove esiste una dinastia già insediata benché recente e duramente contestata, Giovanni Pontano si batte per il rafforzamento dei poteri del re. Purtroppo mancheranno le condizioni, affinché questo rafforzamento si attui ed abbia effetto. Ma è in questa prospettiva che dobbiamo leggere l’esaltazione pontaniana del sovrano come vertice del potere e delle leggi.

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Chi vuole compiere il suo dovere obbedendo al re sappia che suo primo obbligo è la fedeltà; deve essere fidelis chiunque egli sia, umile popolano o altezzoso barone 12 . Fedeltà intelligente, però; coloro che ricoprono incarichi da parte del sovrano debbono seguire attentamente gli ordini scritti o orali del re, ma devono anche accompagnare la fedeltà e l’obbedienza con la prudenza, con la saggezza operativa, senza la quale persino la fedeltà rischia di essere inutile perché irragionevole. Così anche nell’obbedire agli ordini occorre ricordarsi che il repentino mutare delle condizioni può indurre a riflettere e a meglio valutare la situazione, anche a costo di ritardare l’esecuzione del comando 13 . Anche nella più fedele obbedienza dunque c’è un ampio margine di valutazione personale, di discrezionalità, che dobbiamo usare con ragione e accortezza considerando la situazione in tutti i suoi elementi. Il che dimostra ancora una volta che l’obbedienza non è costituita da mera passività; in fondo chi obbedisce per mera passività, per puro timore, per obbligo al quale non ci si può materialmente sottrarre, non è neppure veramente obbediente, non esercita la virtù dell’obbedienza, perché la virtù esiste nella sua interezza soltanto nella libertà, una virtù obbligata non ha merito alcuno.
Ma soprattutto chi vuole essere fedele e servire il suo sovrano, sappia di dover vivere secondo il suo volere, perché ancora una volta dobbiamo ricordare e constatare che il comando del re è legge. D’altronde ciò che facciamo per il re, lo facciamo anche contemporaneamente per la patria, che dopo Dio sta al primo posto dei nostri doveri e si identifica col sovrano 14 .
Il re dunque si manifesta nuovamente nella sua natura di vertice comune alle due gerarchie delle norme e degli uomini. Incarnando inoltre in se stesso la patria. La sua è una posizione particolarissima, che deve essere difesa con ogni mezzo; cosicché da un lato Pontano asserisce che fondamento della fedeltà è l’amore, ma dall’altro fa rientrare tutte le violazioni dell’obbligo di fedeltà, delle quali qui ci presenta un lungo elenco, nel crimine di perduellio, voce di diritto romano, che comprendeva i delitti contro lo Stato e contro i governanti, delitti puniti con la pena capitale; quei delitti, che in Roma appartenevano al massimo livello dei crimina lesae maiestatis, delitti contro la maestà, contro la sovranità dello Stato diremmo oggi. Giovanni Pontano dunque colloca qualsiasi violazione dell’obbligo di fedeltà al sovrano sempre nel delitto più esecrando e da punire con la massima durezza, perché “santo è il nome di re”, come scrive nel De bello Neapolitano proprio quando racconta l’attentato proditorio e sleale di Marino Marzano contro Ferrante durante la guerra di successione 15 . Che poi questo non sia stato sempre possibile nel regno di Napoli e che talvolta lo stesso Pontano possa avere usato prudenza consigliando al suo re moderazione nell’agire e nel punire, è probabile, anzi direi che è certo, ma ciò nulla toglie alla durissima condanna formulata da Pontano, condanna che è allo stesso tempo morale e politica, perché il tradimento, la violazione della fedeltà distrugge la convivenza umana, portandoci al di fuori del consorzio degli uomini.
Ovviamente quando giudichiamo del delitto di perduellio dobbiamo tenere conto della posizione sociale del suddito. I sudditi infatti non sono tutti eguali, ma si dividono in due categorie: i sudditi simpliciter e quelli che possiedono terre, castelli, città, quelli cioè che chiamiamo baroni, conti, duchi, in altre parole i feudatari, che riscuotono tributi e hanno obblighi militari, doveri che vanno ben oltre quanto deve fare il suddito qualsiasi. La violazione della fedeltà da parte di un barone, che ha potere su altri uomini, è ben più grave di quella del suddito qualsiasi, che meno danno può solitamente fare. I baroni debbono avere una sola regola: essere fedeli ed eseguire gli ordini in pace e in guerra. Ogni violazione è perduellio e dovrà essere severamente giudicata dal re 16 .
Tasto sempre dolente questo del baronato meridionale, il cui comportamento rissoso e infedele durante la guerra fra Ferrante e Giovanni d’Angiò ha dato occasione e stimolo alla stesura del De obedientia. Non a caso Giovanni Pontano ripete in modo specifico per i baroni quanto ha appena detto sulla fedeltà nel capitolo precedente. In un certo senso il nocciolo sta proprio qui, nell’appello ai baroni affinché comprendano che loro dovere primo è l’obbedienza e che questa è necessaria al bene comune, perché senza l’obbedienza lo Stato si frantuma e tutti ne subiamo danno e conseguenze drammatiche. Ecco emergere ancora più chiaro il senso riposto di quanto detto in riferimento alla giustizia locale, che può non apparire più tale se vista nella globalità del regno. Il perseguire il proprio interesse particolare pone in pericolo la più grande convivenza. Occorre invece essere sempre obbedienti e fedeli, anche nelle avversità. Pontano ha qui parole durissime contro i baroni che non compiono il loro dovere nei confronti del re e del regno, argomento che brucia e che resterà scottante per tutti i decenni successivi, ritornando anche in altre sue opere.

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Il problema dell’infedeltà e della disobbedienza brucia anche in seno alle famiglie, persino alle famiglie reali, nelle quali più volte abbiamo visto i figli ribellarsi a colui che è contemporaneamente loro padre e loro sovrano. Pontano ne scrive esplicitamente nel trattare dell’obbedienza nella famiglia: fosse sempre stata stroncata ai tempi nostri e dei nostri padri la protervia dei figli, che non vogliono sopportare l’ira dei padri! Persino i regni sono stati sull’orlo della rovina, quando questa peste ha infuriato nelle famiglie reali 17 . Riferimento che viene illuminato da quanto scrive nel De fortitudine: « Giovanni Re d’Aragona quasi è stato cacciato dal trono, per l’ambizione del figlio Carlo » 18 .
Il bersaglio è dunque Carlo di Viana, singolare e interessante personaggio, figlio di Giovanni II d’Aragona e di Bianca di Navarra, nato il 29 maggio 1421. Per motivi dinastici fra Carlo, investito del principato di Viana, e il padre scoppia un conflitto, che ben presto si trasforma in guerra aperta. Sconfitto, Carlo si rifugia a Napoli trovando benevola accoglienza presso lo zio Alfonso il Magnanimo dal marzo 1457 al luglio dell’anno successivo. Ma la morte del re rende inutile e forse impossibile la permanenza a Napoli, dove il principe, almeno secondo alcune voci, aveva sperato di succedere sul trono allo zio al posto del cugino Ferrante. Illusione di brevissima durata. Carlo di Viana deve lasciare Napoli per tornarsene in Catalogna, dove muore il 23 settembre 1461, mentre scoppia nuovamente la guerra civile.
L’amara riflessione di Pontano ci aiuta a comprendere come l’ambiente napoletano aveva vissuto e come ricordava la vicenda del principe di Viana; ma soprattutto ci indica ancora una volta come l’incubo delle discordie costituisca uno dei principali fili conduttori del pensiero politico dell’umanesimo italiano.
Radicalmente opposto invece il comportamento di Ferrante nei confronti di suo padre Alfonso. Ferrante, ricorda Pontano, era così attento nella sua obbedienza al padre da anticiparne lietamente tutte le richieste. Ed anche Diomede Carafa, altro grande protagonista della vita politica e militare della Napoli di allora, per raccomandare l’obbedienza filiale proprio ad Alfonso di Calabria in un suo Memoriale indirizzato al principe utilizza appunto l’esempio di Ferrante. Questi, benché investito di autorità amplissima, non la ha mai usata se non eseguendo attentamente gli ordini e i desideri di Alfonso il Magnanimo. Così dovrà fare anche Alfonso di Calabria, benché anch’egli abbia nelle sue mani una « assoluta potestà di far ciò che le piace » 19 . Il dovere di obbedienza in questo caso sia per Pontano sia per Carafa viene prima del potere dato dal padre al principe. La discordia è sempre in agguato, come mostrano anche le vicende del regno lontane e recenti, e deve essere evitata in tutti i modi.

  1. Per quanto riguarda il pensiero politico di Giovanni Pontano mi permetto di rinviare a Claudio Finzi, Re, baroni, popolo. La politica di Giovanni Pontano, Il Cerchio, Rimini 2004.
    [ [1]]
  2. Giovanni Pontano, Ad Alfonsum Calabriae Ducem De principe liber, a cura di Guido M. Cappelli, testo latino con versione italiana a fronte, Roma 2003.
    [ [2]]
  3. Il De obedientia, completato nel 1470, fu stampato a Napoli dal tipografo Mattia Moravo nel 1490. Non ne abbiamo edizioni moderne; occorre quindi ricorrere alle edizioni del Quattrocento o del Cinquecento. Qui faccio riferimento a Giovanni Pontano, De obedientia, in Opera omnia soluta oratione composita, Venetiis in aedibus Aldi et Andreae soceri, tre volumi, 1518-1519, vol.I, cc.1-48 (De obedientia = DO).
    [ [3]]
  4. DO, cc.2r e 5v.
    [ [4]]
  5. DO, c.13r.
    [ [5]]
  6. DO, c.31rv.
    [ [6]]
  7. DO, cc.29v e 30v.
    [ [7]]
  8. DO, c.31rv.
    [ [8]]
  9. DO, c.29v.
    [ [9]]
  10. DO, cc.30r-31r.
    [ [10]]
  11. DO, cc.37v-38r.
    [ [11]]
  12. DO, c.32r.
    [ [12]]
  13. DO, cc.33v, 36r e 38rv.
    [ [13]]
  14. DO, c.32r.
    [ [14]]
  15. Giovanni Pontano, De bello Neapolitano, in Opera omnia, cit., vol.II, c.261v.
    [ [15]]
  16. DO, c.32v.
    [ [16]]
  17. DO, c.17v.
    [ [17]]
  18. Giovanni Pontano, De fortitudine, in Opera omnia, cit., vol.I, c.81v.
    [ [18]]
  19. Diomede Carafa, Memoriale scritto ad Alfonso d’Aragona duca di Calabria primogenito del Re Ferdinando per lo viaggio della Marca d’Ancona, in Memoriali, a cura di Franca Petrucci Nardelli, Roma 1988, p.53.
    [ [19]]